L’INTERVISTA: “Troppa carcerazione preventiva”. I Radicali: una malattia italiana (Il Giorno)

IL GIORNO

“Troppa carcerazione preventiva”. I Radicali: una malattia italiana
Intervista a Rita Bernardini: servono misure alternative. “Il caso Mancini? In Italia ci sono moltissimi detenuti nelle sue stesse condizioni: il tribunale decide per la scarcerazione con l’applicazione del braccialetto elettronico. Ma il braccialetto non si trova e, quindi, restano in cella”.

Rita Bernardini, nel comitato di coordinamento del partito dei Radicali, si occupa da molto tempo della situazione nelle carceri italiane. Come mai non si trovano braccialetti elettronici? “Perché i 2mila che sono stati messi a disposizione sono finiti subito. E dal 2001 che doveva essere indetto un bando di gara europeo per le forniture, ma non è ancora stato fatto”.
Perché tanto ritardo? “Come al solito questa cosa è stata gestita all’italiana. Abbiamo speso 110 milioni di curo per sei braccialetti durante la fase di sperimentazione e ora mancano i soldi”.
Costano così caro? “No. In realtà lo strumento è qualcosa di molto semplice, se pensiamo che la localizzazione è talmente diffusa che la possiamo fare anche noi attraverso il nostro telefonino. Quello che occorre è un’apparecchiatura che i detenuti non possano togliersi”.
E quindi anche chi dovrebbe uscire, resta in carcere. “Esatto, senza contare che si spende di più per mantenere una persona in cella, piuttosto che per acquistare un braccialetto elettronico. Questa è l’assurdità delle criminogene carceri italiane”.
Mancini è stato protagonista di una rissa in cui è morta una persona. Il giudice che doveva decidere sulla misura cautelare ha riconosciuto che si è difeso e non dovrebbe stare in cella. Non crede ci sia un abuso della carcerazione preventiva? “In Italia si fa un uso spropositato di questa misura preventiva. Dagli ultimi dati del Ministero, su una popolazione di 54.195 persone ristrette, 18.720 sono in attesa di giudizio, chi di primo grado, chi di quello definitivo. Rappresentano il 34,54%. Ma c’è un altro dato interessante”.
Quale? “Se consideriamo gli stranieri, su 18.311 detenuti, 7.662 sono in attesa di giudizio e rappresentano il 41,84%. Questo vuol dire che non hanno avvocati”.
L’applicazione di misure alternative al carcere, però, è aumentata. “Effettivamente è così, ma non sono ancora abbastanza perché la magistratura utilizza ancora un sistema che si basa sulla carcerizzazione: l’unica misura concepita è quella del carcere”.
A volte ci sono aspre polemiche per giudici che liberano persone che tornano subito a delinquere? “La percentuale di recidiva è molto bassa: circa il 95% rispetta le misure alternative che gli vengono imposte proprio perché non vuole tornare in carcere”.
Quali potrebbero essere le alternative alla detenzione? “Per esempio i lavori socialmente utili. Anche perché il carcere, così com’è in Italia, è un luogo che aumenta la possibilità di delinquere una volta usciti. L’ozio a cui sono costretti i detenuti, l’incapacità di fornire loro alternative anche di formazione professionale, li rende fortemente esposti a commettere reati. Ultimamente ho visitato molti carceri del sud: le situazioni sono pazzesche. E chi esce di lì viene facilmente assoldato dalla criminalità organizzata”.
Crede ci siano persone che debbono invece stare in cella? “Cambiando questo tipo di carcere sì. Sono le persone pericolose che non hanno fatto il percorso di riabilitazione previsto dalla Costituzione”. Sabrina Pignedoli

Foto del profilo di Andrea Gentile

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